Non è solo questione di uomini che mancano. È una società che ha smesso di credere che servano dei padri — e i conti li stanno pagando i figli, maschi e femmine.
Il ragazzo che non sa diventare uomo
Negli anni mi è capitato più volte di trovarmi davanti lo stesso ragazzo. Cambiano il nome e la città, ma il copione è identico: ventidue, ventitré anni, intelligente, gentile, paralizzato. Ha rinunciato all’università o la trascina senza convinzione, passa ore su uno schermo, non sa cosa vuole e — questa è la parte che colpisce — non sa nemmeno da chi avrebbe dovuto impararlo. Quando gli chiedi del padre, quasi sempre la risposta è una versione della stessa frase: «C’era, ma non c’era».
Per anni ci hanno raccontato che il problema degli uomini fosse l’eccesso: troppa aggressività, troppa sicurezza, troppa «mascolinità tossica» da smussare. La tesi di questo articolo è l’opposto, ed è scomoda per tutti. La crisi della figura paterna che vediamo esplodere nei figli non nasce da un eccesso di maschile, ma da una sua sottrazione organizzata: una società che ha passato decenni a smontare la funzione del padre — culturalmente, simbolicamente, a volte legalmente. E userò subito una parola che il discorso pubblico evita: il padre non è soltanto un ruolo, è una vocazione. Una società che smette di credere nelle vocazioni si ritrova con dei ruoli vuoti, e con figli che non sanno chi avrebbe dovuto chiamarli a diventare grandi.
Ma attenzione, perché qui la maggior parte di chi difende gli uomini sbaglia bersaglio. La diagnosi giusta non è «le donne hanno vinto e noi abbiamo perso». È un’altra, ed è insieme più antica e più radicale — e la mostrerò con i dati e con la tradizione che quei dati, oggi, non fanno che confermare.
La crisi della mascolinità è reale, ma la diagnosi corrente è sbagliata
Cominciamo col togliere di mezzo l’obiezione più comoda: che la crisi della mascolinità sia un’invenzione di maschi rancorosi. Non lo è, e a dirlo non è un militante della causa maschile ma un ricercatore di area progressista:
Richard Reeves, già senior fellow alla Brookings Institution, nel suo Of Boys and Men (Brookings Institution Press, 2022) mette in fila numeri che è difficile derubricare a lamentela. I ragazzi vanno peggio delle ragazze a scuola praticamente ovunque in Occidente; gli uomini si laureano in proporzione molto inferiore alle donne; la partecipazione maschile al mercato del lavoro è in calo strutturale da decenni; e gli uomini muoiono di suicidio a tassi enormemente più alti. A questo si aggiunge il fenomeno che gli economistiAnne Case e Angus Deaton — quest’ultimo premio Nobel — hanno battezzato deaths of despair, le «morti per disperazione» da suicidio, overdose e alcol, concentrate soprattutto fra chi non ha istruzione universitaria (Case & Deaton, Deaths of Despair and the Future of Capitalism, Princeton University Press, 2020 ). La crisi, insomma, è documentata e quantificabile.
Il punto controintuitivo arriva ora. Reeves smonta entrambe le narrazioni dominanti. Quella progressista, che nega il problema o lo riduce a una mascolinità «tossica» da rieducare. E quella conservatrice, che vorrebbe semplicemente riavvolgere il nastro agli anni Cinquanta. Il suo argomento è che il disagio maschile è il prodotto di forze strutturali — economiche, educative, familiari — che le nostre istituzioni non hanno saputo seguire.
Ma i numeri, da soli, sono solo il sintomo. Dicono che qualcosa si è rotto; non dicono che cosa. Per capirlo bisogna guardare più indietro — a un’idea di uomo, e di padre, che abbiamo smontato pezzo per pezzo.
La femminilizzazione della società: una verità che la Chiesa conosce da tempo
Veniamo alla parola che fa litigare tutti: femminilizzazione della società. Conviene maneggiarla con cura, perché contiene una verità seria e una scorciatoia pericolosa — e confonderle è ciò che fa perdere credibilità a chi difende i ragazzi.
La verità seria non è uno slogan recente delle guerre culturali: è un processo che il cristianesimo ha diagnosticato dentro di sé molto prima. Leon J. Podles, in The Church Impotent: The Feminization of Christianity (Spence, 1999), documenta come la Chiesa occidentale si sia progressivamente femminilizzata fino ad allontanare gli uomini, e avverte di una cosa che dovremmo prendere molto sul serio: la mascolinità non sparisce quando la si reprime. Riemerge altrove, staccata da ogni forma sana, e diventa una religione sostitutiva — con conseguenze che il Novecento ci ha mostrato. È un punto che il pensiero cattolico tradizionalista ha messo a fuoco prima, e con più radici, di gran parte della letteratura accademica: anche Paul Krause, su OnePeterFive (2019 ), legge la crisi come una «de-mascolinizzazione» della cultura e riconosce nella paternità la forma autentica del maschile — non una statistica, ma una verità antropologica.
Questa diagnosi ha un riflesso perfettamente laico. Reeves (Of Boys and Men, Brookings, 2022) osserva che il corpo docente della scuola è composto per circa tre quarti da donne e che il sistema premia precocemente tratti — stare fermi, autocontrollarsi, obbedire — su cui i maschi, in media, maturano più tardi. Non è un complotto: è un ambiente tarato, di fatto, su un modello che svantaggia statisticamente i bambini maschi.
Poi c’è la scorciatoia che va indicata chiaramente: trasformare «l’ambiente si è femminilizzato» in «gli uomini vengono cancellati di proposito dalle donne» è falso e autolesionista. È falso perché il declino maschile ha cause in larga parte distinte dall’avanzamento femminile — la deindustrializzazione, l’epidemia di oppioidi, l’automazione del lavoro fisico non sono piani femministi. Ma per chi guarda con occhi cristiani c’è di più: quella scorciatoia contraddice la stessa antropologia che dice di difendere. «Maschio e femmina li creò» (Gen 1,27): nella lettura che Giovanni Paolo II ha sviluppato in Uomo e donna lo creò (Città Nuova – Libreria Editrice Vaticana), l’uomo e la donna non sono rivali in una partita a somma zero, ma due «incarnazioni» complementari della stessa dignità. Fare della crisi maschile una guerra contro le donne non è solo una pessima tattica: è un errore di antropologia.
Società senza padre: la crisi della figura paterna come eclissi di una vocazione
Se la femminilizzazione dell’ambiente spiega una parte del problema, il cuore è altrove — ed è qui che la crisi della figura paterna mostra il suo vero peso. Il maschio non si guasta perché c’è troppa femminilità intorno a lui. Si guasta perché manca la funzione che storicamente lo accompagnava dall’infanzia all’età adulta: il padre.
L’intuizione, in versione laica, non è nuova. Già nel 1963 lo psicoanalista Alexander Mitscherlich, in Verso una società senza padre, descriveva lo svuotamento dell’autorità paterna come una frattura della modernità. E in Italia Massimo Recalcati ne ha dato la formula più efficace: l’«evaporazione del padre» (Il complesso di Telemaco, Feltrinelli, 2013), un vuoto che non è stato colmato da una figura migliore, ma da padri assenti o più infantili dei loro figli.
Ma c’è un livello che la psicoanalisi sfiora e la tradizione cristiana nomina per intero. Nel pensiero cattolico il padre non è soltanto chi accudisce: è un segno. È la figura che, nella famiglia, rimanda a una paternità più grande della propria — un’icona, imperfetta ma reale, di Dio Padre. Per questo la sua scomparsa non lascia soltanto un vuoto affettivo: rompe un segno, e con esso la possibilità per il figlio di intuire di essere voluto, atteso, chiamato. Un padre evaporato non è solo un genitore in meno. È una porta che si chiude su una domanda — «da dove vengo, a chi appartengo, chi mi aspetta?» — che nessuna app e nessun sussidio possono riaprire.
E qui la scienza, da fuori, conferma ciò che la tradizione diceva da dentro. La rassegna più rigorosa sul tema — McLanahan, Tach e Schneider, The Causal Effects of Father Absence (Annual Review of Sociology, 2013) — mostra che anche con i metodi più severi l’assenza del padre produce conseguenze negative sui figli: diploma, adattamento socio-emotivo, salute mentale. La tradizione lo sapeva senza grafici; oggi i grafici glielo confermano.
Mettiamo insieme i pezzi. Una scuola che fatica a parlare ai maschi, una cultura che insegna loro a diffidare della propria stessa natura, e — al centro — un padre evaporato, e con lui l’icona che reggeva tutto il resto. Non serve una teoria del complotto per spiegare il risultato. Serve guardare quel ragazzo di ventidue anni che non sa diventare uomo perché nessun uomo lo ha chiamato a diventarlo.
Il ruolo dell’uomo oggi: non meno mascolinità, ma una paternità ritrovata
Qui si capisce perché «ridurre» gli uomini per via ideologica sia non solo ingiusto ma controproducente. Se il problema fosse l’eccesso di maschile, toglierne un po’ aiuterebbe. Ma se il problema è la sottrazione di una funzione orientante — il padre, il maestro, il mentore — togliere ancora mascolinità peggiora la malattia. È come curare l’anemia con un salasso.
E c’è il rischio che Podles (The Church Impotent, 1999) aveva visto con lucidità: la mascolinità «verrà fuori» comunque. Affamata della sua forma vera, non svanisce: ritorna come contraffazione — l’uomo forte senza tenerezza, il rancoroso, il nichilista, il guru da schermo che vende ai ragazzi un padre di cartone. La cura della mascolinità «tossica» non è meno mascolinità, ma la sua autentica forma ritrovata. E quella forma, nella tradizione, ha un nome preciso: paternità. Non il patriarca che impone, ma il padre che benedice, che pone limiti sensati e che testimonia con la propria vita — fragilità incluse — come si sta al mondo.
In concreto significa ricostruire le istituzioni che formavano gli uomini e che abbiamo smantellato senza sostituirle: la presenza paterna nelle case, figure maschili nella scuola (Reeves arriva a proporre il reclutamento mirato di insegnanti uomini), il mentore nello sport e nel lavoro, i riti di passaggio. E qui il discorso parla anche alle donne, e a chi tiene alla famiglia: per la stessa complementarità che fonda tutto, una società senza padri non è una vittoria femminile. Le figlie di padri assenti pagano un conto documentato quanto i figli; le madri lasciate sole a fare due ruoli sono sfinite, non liberate; e i maschi cresciuti senza un padre vero diventano, da adulti, esattamente quegli uomini da cui una donna vorrebbe stare alla larga. Restaurare la paternità non toglie nulla alle donne: rimette in piedi la casa per tutti.
La crisi della figura paterna non si cura con la guerra tra i sessi
Riassumo, perché la posta è alta. La crisi della figura paterna è reale, misurabile e ha radici precise: un ambiente educativo e culturale che ha imparato a diffidare del maschio e, soprattutto, l’eclissi del padre come vocazione e come segno. Negarla, come fa una parte della sinistra, è cecità. Ma spiegarla come una guerra delle donne contro gli uomini, come fa una parte della destra, è una trappola — e, per chi guarda con occhi cristiani, anche un tradimento: perché la risposta alla rottura della complementarità non è un’altra rottura, ma la comunione che era saltata.
La risposta non è meno mascolinità. È più mascolinità, e meglio orientata: padri presenti, uomini che si assumono la responsabilità di chiamare altri uomini a diventare ciò che sono. Far sparire i padri per principio è stato un esperimento. I risultati sono arrivati, e parlano da soli.
Resta una sola domanda, ed è quella con cui ti lascio: se la generazione che sta crollando è quella cresciuta senza padri, chi tornerà a fare il padre — non il padrone, ma il padre, con tutto ciò che quella parola, presa sul serio, ancora significa — per quella che viene adesso?