Un’analisi tra psicologia e scienza sui rimpianti di fine vita — per vivere in modo autentico oggi
Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un video del canale Sprouht su YouTube. L’idea è semplice: intervistare ultra novantenni di Miami e chiedere loro una cosa sola — cosa rimpiangi?
Cosa diresti al tuo sé più giovane? Ho guardato il video quasi senza accorgermene. Poi ho spento lo schermo e sono rimasto qualche minuto in silenzio. Non per tristezza, ma per una domanda che non riuscivo a scrollarmi di dosso: se la facessero a me tra sessant’anni, cosa risponderei?
È una domanda che, nel mio lavoro di coaching, vedo emergere quasi sempre travestita da altro — da insoddisfazione professionale, da stanchezza, da quella sensazione vaga che qualcosa “non torni”. Sotto, c’è quasi sempre lo stesso nucleo: la paura di arrivare alla fine avendo vissuto la vita di qualcun altro.
Il rimpianto non è un incidente: è un meccanismo
Bronnie Ware, infermiera australiana che ha lavorato per anni nelle cure palliative, ha raccolto per un decennio le confidenze di chi si avvicinava alla morte. Il risultato è diventato prima un articolo virale e poi un libro tradotto in oltre 24 lingue, The Top Five Regrets of the Dying .
Il rimpianto numero uno, che emerge con più forza di tutti, è questo: aver desiderato il coraggio di vivere una vita fedele a sé stessi, invece di quella che gli altri si aspettavano. Non è una frase romantica. È una diagnosi. E colpisce perché non riguarda quello che le persone hanno fatto di sbagliato — riguarda quello che non hanno mai scelto davvero.
Due sé che non si parlano mai: il paradosso di Kahneman
Il premio Nobel Daniel Kahneman, in Thinking, Fast and Slow, descrive uno dei meccanismi più sottovalutati della mente umana: la distinzione tra il sé che vive (experiencing self) e il sé che ricorda (remembering self).
Il primo abita il presente. Il secondo costruisce la storia della nostra vita — e quando prendiamo decisioni, è quest’ultimo a guidarci. Il problema? Il remembering self non valuta in modo equo: si concentra sui momenti di picco e sulla fine di un’esperienza, ignorando tutto il resto.
Pensa a una vacanza stancante con un ultimo giorno perfetto: la ricordi come bella. O a un lavoro logorante con qualche momento di riconoscimento: lo ricordi come significativo. Non valutiamo le esperienze — le narrativizziamo. E quando costruiamo quella narrativa, spesso lo facciamo pensando a come apparirà agli altri. Viviamo per come vogliamo ricordare la nostra vita, più che per come vogliamo effettivamente viverla.
Questo spiega molto: perché lavoriamo più del necessario, perché non diciamo cose che sentiamo, perché rimandiamo le scelte che contano.
La scienza lo conferma: rimandare ha un costo reale
Uno studio pubblicato su Science nel 2012 — Don’t Look Back in Anger! — ha analizzato le differenze tra anziani in buona salute psicologica e anziani in difficoltà emotiva. Il risultato è netto: chi invecchia bene ha sviluppato la capacità di non farsi imprigionare dai rimpianti, regolando le emozioni in modo più efficiente.
Ma quella capacità non si costruisce a 80 anni. Si costruisce adesso, nelle scelte quotidiane.Lo psicologo Erik Erikson aveva identificato questa dinamica già da tempo: nell’ultima fase della vita ci troviamo di fronte a una domanda sola — ho vissuto in modo autentico? Chi riesce a rispondere di sì raggiunge quella che chiamava integrità dell’io (Erikson, 1950). Chi non ci riesce, scivola nella disperazione. La differenza non dipende da quanto si è avuto, ma da quante volte si è scelto davvero.
I 5 rimpianti che tornano sempre
Dal lavoro di Bronnie Ware e dalle ricerche successive emergono cinque rimpianti che ricorrono quasi universalmente. Vale la pena nominarli, perché riconoscerli oggi è il primo atto di prevenzione.
1. Non aver avuto il coraggio di vivere fedeli a sé stessi. Il più frequente e il più doloroso: aver inseguito le aspettative altrui invece dei propri valori.
2. Aver lavorato troppo. Susana Ruiz Ramírez, ricercatrice della Facoltà di Medicina della UNAM, aggiunge una sfumatura cruciale: chi ha trovato un senso in ciò che faceva soffre meno. Il problema non è il lavoro in sé, ma lavorare senza direzione, sacrificando la vita personale per qualcosa che non si sentiva proprio. La domanda scomoda non è “lavoro troppo?”, ma: sto costruendo qualcosa che sento mio?
3. Non aver avuto il coraggio di esprimere i propri sentimenti. Anni di non detti per paura di disturbare, di deludere, di rompere un equilibrio.
4. Aver perso i contatti con gli amici. Le relazioni autentiche richiedono manutenzione; vengono sacrificate per prime quando la vita accelera, e mancano disperatamente alla fine.
5. Non essersi concessi di essere più felici. La scoperta tardiva che la felicità era, in gran parte, una scelta — e un’abitudine da coltivare, non un premio da attendere.
La chiarezza non è un lusso: è prevenzione
Quello che colpisce di queste ricerche, messe insieme, è che i rimpianti più comuni non riguardano eventi straordinari. Non riguardano disastri o errori clamorosi. Riguardano la mancanza di direzione nelle scelte ordinarie: il lavoro preso per abitudine, la vita vissuta per inerzia, i sentimenti non espressi per paura di disturbare.
La psicologia positiva — dai lavori di Martin Seligman in avanti (Seligman, 2011) — ha mostrato che il benessere duraturo si costruisce su pilastri precisi: significato, relazioni autentiche, autonomia, competenza. Non su performance esterne o sull’approvazione altrui. È lo stesso motivo per cui seguire la passione è spesso il consiglio sbagliato: ciò che dà senso non è l’entusiasmo, ma la direzione.
Nel coaching, la chiarezza non è un esercizio filosofico. È una forma di prevenzione: identificare adesso, finché si può ancora cambiare rotta, cosa rischia di diventare un rimpianto. È anche il cuore del paradosso di chi raggiunge tutto e scopre che non basta.
La domanda che ti lascio
I novantenni del video di Sprouht non hanno rimpianti perché hanno fatto tutto bene. Ce li hanno perché, come molti di noi, hanno vissuto col pilota automatico — fino al momento in cui non è stato più possibile cambiare rotta.
Quindi ti faccio la stessa domanda che mi sono fatto io, con lo schermo spento:
Se avessi 90 anni e qualcuno ti chiedesse cosa hai rimpianto — cosa risponderesti? E cosa puoi cambiare oggi, finché la risposta dipende ancora da te?
Riferimenti bibliografici
Ware, B. (2011). The Top Five Regrets of the Dying. Hay House. (ibs.it)
Kahneman, D. (2011). Thinking, Fast and Slow. Farrar, Straus and Giroux. (us.macmillan.com)
Brassen, S. et al. (2012). Don’t Look Back in Anger! Responsiveness to Missed Chances in Successful and Nonsuccessful Aging. Science, 336. (researchgate.net)
Erikson, E. H. (1950). Childhood and Society. Norton. (wwnorton.com)
Ruiz Ramírez, S. (2024). ¿Cuáles son los arrepentimientos más comunes antes de morir? UNAM Global. (unamglobal.unam.mx)
Seligman, M. E. P. (2011). Flourish. Free Press. (simonandschuster.com)
Sprouht. Millionaire 90 Year Olds Share Advice for Younger Self (YouTube). (youtube.com)
1 commento su “Cosa rimpiangerai a 90 anni? I 5 rimpianti più comuni (e come evitarli oggi)”
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